Print   Search   Utenti   Join     Share : FaceboolTwitter
Credente.
Monday, August 06, 2012 11:03 PM
1 - "I settari diventarono la spina più amara inflitta nella carne di
Lutero, in quanto essi rappresentavano il chiaro segno del suo
rifiuto dell'autorità esistente, e lo indussero ai gesti più
violenti, compresa l'approvazione della pena di morte per gli eretici
quali gli Anabattisti".
A distanza di quattro secoli e mezzo dalla vita di Lutero non lo si
può scagionare dall'aver dato l'avvio, certamente contro sua voglia,
a quel proliferare di sette religiose spuntate dopo di lui, e che
spuntano ancora, specie nelle nazioni e tra i popoli maggiormente
toccati dalla Riforma luterana.
Si tratta certamente d'una applicazione errata del principio
del "libero esame", della "sola fede", della "sola Scrittura". Nella
mente di Lutero questo principio voleva dire che la fede del vero
cristiano si basa sull'autorità della Parola di Dio, di Cristo, del
suo Spirito. Lutero non escludeva il ministero o servizio della
Parola, ossia la presenza e l'opera nelle comunità cristiane di
persone qualificate, che annunciassero autorevolmente la Parola di
Dio (cfr. Efesini 4, 11-16; 1 Corinzi 12, 4-30 ecc.). Lutero fu una
di queste.
2 - Tuttavia, fondati sul principio del "libero esame", Lutero e i
suoi seguaci, quanti cioè si sono ispirati e si ispirano al suo
insegnamento, hanno rigettato l'autorità del Papa e dei Concili, cioè
del Magistero ecclesiastico. A loro avviso, il Magistero
ecclesiastico ha soppiantato l'autorità della Scrittura. Vedremo che
non è così.
Questo rifiuto portò al rigetto di non poche dottrine ed elementi
importanti della Chiesa Cattolica, quali la santa Messa, la
confessione, il battesimo dei bambini, il culto della Madonna e dei
Santi, la fede nell'esistenza del purgatorio ecc.
3 - I cattolici giudicarono errata questa nuova dottrina e quindi
pericolosa per la vera fede, perché in definitiva dava troppo spazio,
anzi tutto lo spazio, al proprio giudizio. Essa apriva le porte a un
deleterio soggettivismo o, peggio ancora, a un deprecabile settarismo
come di fatto avvenne. I protestanti o riformatori replicavano che si
trattava d'un ritorno puro e semplice alle origini, al genuino
insegnamento del Vangelo. A loro avviso, la Chiesa Cattolica se ne
sarebbe allontanata, sostituendo all'autorità di Cristo quella di
uomini come papi, vescovi, concili.
Dov'è la verità?
Precisazioni doverose
Prima di rispondere a questa domanda, seguendo fedelmente ciò che
dice il Vangelo, è doveroso e anche utile fare alcune precisazione.
1 - Anzitutto non è esatto dire che i cattolici, nella loro scelta di
fede e nella coerenza morale della vita, obbediscono a un'autorità
diversa dalla Parola di Dio. E' errato dire che i cattolici basano la
loro fede sull'autorità arrogante di uomini come papi, vescovi,
concili.
Senza paura di essere frainteso, almeno da quanti sanno e ragionano,
dico che per il cattolico l'atto di fede è fondamentalmente una
scelta libera e responsabile del soggetto credente. Sono io a voler
accettare la fede e la morale insegnate nella Chiesa Cattolica.
Nessuno me lo impone.
In altre parole, l'atto di fede del cattolico è basato su un proprio
giudizio, che è l'accettazione della "sola Scrittura", purché si
intenda tutta la Scrittura. Certo è lo Spirito Santo che muove
all'obbedienza della fede (cfr. Romani 1, 5), dopo l'annuncio e
l'ascolto della Parola (cfr. Romani 10, 14). Ma rimane il fatto che
il credente cattolico risponde liberamente all'impulso dello Spirito
che parla mediante tutta la Scrittura. Vedremo in seguita come la
Scrittura, intesa nella sua integrità, non esclude anzi esige il
servizio autorevole di Papi, Vescovi e Concili.
2 - Per ora diciamo che da questa norma o processo non sono esenti né
papi né vescovi né concili. Anzi vi sono legati in modo particolare
perché nel servizio alla comunità sono essi i garanti della fede. Qui
fede va intesa in senso oggettivo, vale a dire il complesso di verità
da accettare liberamente per essere un autentico discepolo di Cristo.
Il Concilio Vaticano Il ha espresso questa dottrina con la massima
chiarezza:
"L'ufficio poi di interpretare autenticamente la Parola di Dio
scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa,
la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. il quale
Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma ad essa serve,
insegnando soltanto ciò che è trasmesso, in quanto per divino mandato
e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santa-
mente custodisce e fedelmente espone quella Parola, e da questo unico
deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come
rivelato da Dio".
Osservazioni:
a) Per Magistero bisogna intendere l'insieme dei vescovi (papa e
vescovi) in qualità di maestri o testimoni della Parola di Dio. Sono
ministri della Parola e pastori del gregge (cfr. Atti 20, 28).
E' detto vivo nel senso che tali ministri e pastori, per volontà di
Cristo, sono presenti nella sua Chiesa in ogni epoca della storia.
Sono suoi rappresentanti per far conoscere agli uomini di tutti i
tempi il suo insegnamento dato una volta per sempre (cfr. Giuda 3).
Non il proprio insegnamento, ma l'insegnamento di Cristo.
b) Per compiere questo loro ministero, papi e vescovi devono essi
stessi ascoltare la Parola di Dio e custodirla fedelmente senza
alterazione alcuna. Sono servi della Parola, non superiori ad essa.
Prima e sopra di loro vi è Cristo, vi è la Scrittura. Il papa e i
vescovi insegnano solo ciò che Cristo ha insegnato senza aggiungere o
togliere nulla. Ciò che essi insegnano è contenuto nel deposito della
fede (cfr. I Timoteo 5, 20). Lo Spirito Santo guida nella conoscenza
della verità tutta intera (cfr. Giovanni 14, 26).
c) Se nella lunga storia della Chiesa Cattolica vi sono pagine o
gesti di papi e di concili che potrebbero far pensare diversamente,
vale a dire che papi o concili abbiano alterato la parola di Dio,
un'analisi accurata ed onesta di quelle pagine o gesti può
rettificare e cancellare quella impressione. Bisogna analizzare
coscienziosamente i singoli casi come hanno fatto storici e teologi
di grande valore. In quanta verità di fede e di morale il Magistero
Ecclesiastico, anche se alcune volte rappresentato da persone
moralmente discutibili, non ha mai insegnato cose contrarie alla
Parola di Dio.
3 - Riassumendo diciamo o ripetiamo:
a) Secondo la dottrina cattolica la fede del credente cattolico è una
libera risposta alla chiamata di Dio mediante la sua Parola
conosciuta intelligentemente e confermata autorevolmente. Nessun
cattolico è forzato a credere ciò che crede. Dire il contrario è
calunnioso. La fede è un dono di Dio accettato liberamente dall'uomo.
Il cattolico accetta e aderisce alla Scrittura mediante una risposta
libera, personale, soggettiva, in virtù di una libera valutazione e
di una decisione personale.
Ci può essere, perciò, una interpretazione esatta del principio
del "libero esame", quando si vuole mettere in risalto la
responsabilità della persona e il primato della Parola di Dio; ma non
si può accettare l'uso che ne è stato fatto storicamente (e che si fa
ancora oggi) per far passare l'individualismo e il soggettivismo nel
campo della fede e della morale.
b) Affinché poi l'oggetto della fede e della morale sia garantito o,
in altre parole, affinché ciò che il cattolico crede sia veramente
Parola di Dio, Cristo ha stabilito il Magistero. Sotto tale guida la
Parola di Dio non è lasciata all'arbitrio dei singoli, ma preservata
nella sua integrità e purezza, e trasmessa nella sua genuinità.
c) L'atto di fede del cattolico ha perciò due componenti: una
soggettiva, che è, la libera adesione alla Parola di Dio; l'altra
oggettiva, nel senso che egli attinge ciò che crede dal deposito
della fede custodito e interpretato fedelmente dal Magistero sotto la
guida speciale dello Spirito Santo.
d) Il Magistero, infine, non è libero d'insegnare ciò che vuole.
Papi e Vescovi non sono superiori alla Parola di Dio, ma ad essa
servono, insegnando soltanto ciò che è trasmesso. Essi piamente
ascoltano, santamente custodiscono e fedelmente espongono la Parola
di Dio.

PARTE PRIMA
LA STRUTTURA DELLA VERA CHIESA
Concetto o nozione di Chiesa
Ritorniamo ora alla domanda o questione di prima, che può essere
formulata nel modo seguente.
Come riceve il cattolico la fede oggettiva, ossia le verità rivelate
da Dio, a cui aderisce liberamente? Direttamente dalla Scrittura
sotto l'impulso dello Spirito Santo oppure dalla Scrittura conservata
e interpretata, attraverso il tempo, da una guida autorevole, diretta
dallo Spirito Santo? E in questo secondo caso, qual è questa guida?
Chi l'ha costituita?
Com'è facile capire qui è in questione la natura e la struttura della
vera Chiesa di Gesù Cristo: Com'è strutturata questa Chiesa? Che cosa
dice la Scrittura a questo riguardo?
1 - La parola chiesa (greco ekklesìa da ekkalèin convocare) indica
l'assemblea religiosa. Il termine fu usato già prima di Cristo per
indicare l'assemblea religiosa degli Israeliti nel suo insieme. Col
tempo venne a indicare le assemblee religiose locali degli Israeliti
fuori di Gerusalemme, ossia le comunità riunite intorno alla sinagoga.
Presso i cristiani la Ekklesìa venne a indicare il gruppo o i gruppi
dei discepoli di Cristo che si riunivano prima a Gerusalemme e poi in
altre città e località fuori di Gerusalemme. Indicava cioè le chiese
o comunità locali, particolari. Così era chiamato il gruppo dei
cristiani di Gerusalemme (cfr. Atti 11, 22), come pure quello di
Antiochia (cfr. Atti 13, 1). Identico significato in san Paolo che
scrive "alla chiesa di Dio che è in Corinto" (1 Corinzi 1, 2; 2
Corinzi 1,1); "alle chiese della Galazia" (Galati 1, 2). Anche le
chiese, di cui in Apocalisse capitoli 2 e 3, sono chiese locali.
2 - Tuttavia lo stesso vocabolo Ekklesìa è usato nel Nuovo Testamento
per indicare l'assemblea o comunità dei discepoli di Cristo nella
loro totalità. Così, per esempio, in Efesini 1, 22-23 san Paolo parla
della Chiesa come del Corpo di Cristo, la pienezza di Lui che tutto
riempie. Identico significato> in Efesini 5, 25, dov'è detto
che "Cristo ha amato la Chiesa e si è offerto per lei per
santificarla". E' tutto il Popolo di Dio, tutto l'Israele di Dio
(cfr. Galati 6, 16), che Cristo ha santificato. Così pure in Matteo
Gesù chiama Ekklesìa la moltitudine dei suoi discepoli, che avranno
Pietro come fondamento incrollabile (cfr. Matteo 16, 16-18).
3 - Per indicare questa medesima realtà, ossia l'assemblea universale
dei discepoli di Cristo, la Bibbia usa anche altri vocaboli, altre
immagini. Ne ricordiamo solo alcune.
La Chiesa tutta è paragonata al gregge e ovile (cfr. Giovanni 10, 1-
10). L'una e l'altra immagine fa pensare a un'unica grande comunità
guidata da un Pastore. Un'altra immagine è quella della famiglia, che
comporta anche una struttura unitaria sotto una guida incontestata e
sicura (cfr. Efesini 2, 19-22). In quanto tale la Chiesa è detta
anche "la dimora di Dio con gli uomini" (Apocalisse 21, 3), "tempio
santo di Dio" (Efesini 2, 21), "la Città Santa" (Apocalisse 21, 2).
La Nuova Gerusalemme (Apocalisse 21, 10 ss.)
Soffermiamoci ora a considerare la Chiesa nella sua totalità, come
l'assemblea di tutti i discepoli di Cristo: qual è la struttura che
di essa ci offre la Bibbia? Citiamo e spieghiamo brevemente un testo
dell'Apocalisse molto significativo.
1 "L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande ed alto, e
mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da
Dio, risplendente della gloria di Dio. La città è cinta da un grande
e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli
e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele (...).
Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono
i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello" (Apocalisse 21, 10-
14, CEI).

Spiegazione:
1 - La città santa, Gerusalemme, che l'angelo mostra a Giovanni, è
certamente la Chiesa universale, "tutto l'Israele di Dio" (Galati 6,
16). Di essa fa parte il popolo dell'Antico Testamento, come fa
chiaramente capire la menzione dei nomi delle dodici tribù dei figli
d'Israele. Ma fa parte soprattutto il popolo della Nuova Alleanza,
rappresentato dai nomi dei dodici apostoli dell'Agnello.
2 - Qui interessa mettere in rilievo come le mura della città santa
Gerusalemme, che è la Chiesa, poggiano su dodici basamenti, sopra i
quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello. Giovanni
dunque, presentando la struttura della Chiesa universale, assegna ai
dodici apostoli la funzione di fondamento (cfr. anche Efesini 2, 20).
Se si tiene presente che le fondamenta sono insostituibili nella
struttura d'un edificio, ne segue che la funzione dei dodici apostoli
è essenziale e di primaria importanza per la solidità e stabilità
della vera Chiesa di Cristo. San Giovanni non poteva essere più
chiaro: la vera Chiesa di Cristo deve essere apostolica, altrimenti
non è la vera Chiesa di Cristo.
Si ha qui un'illustrazione plastica del pensiero di san Paolo che,
riferendosi a tutti i credenti in Cristo, dice: "Siete concittadini
dei santi e membri della casa di Dio, sopraedificati sul fondamento
degli apostoli e dei profeti con lo stesso Cristo Gesù quale pietra
angolare" (Efesini 2, 19-20).
La vera Chiesa di Cristo, nella sua universalità, non poggia su uno
scritto, ma su uomini, testimoni e messaggeri di quello scritto.
3 - Ricordiamo infine che Giovanni nell'Apocalisse presenta la Chiesa
di tutti i tempi, la Chiesa di ieri, di oggi, di sempre, come procede
nel tempo tra lotte e trionfi, eroismi e tradimenti, coraggio e
viltà. Questa Chiesa poggia sulle solide fondamenta dei dodici
Apostoli.
Uno sguardo alle origini
Questa visione di Giovanni non è una sua invenzione. Egli era ben
consapevole di come il divino Maestro aveva strutturata la sua
comunità, il popolo della Nuova Alleanza. Uno sguardo alle origini ci
aiuta a capire bene le cose.
1 - Nei vangeli non si legge che il Signore Gesù abbia avuto mai la
preoccupazione di scrivere o di far scrivere i suoi insegnamenti, il
Vangelo del Regno. Egli volle essere un Maestro (Rabbì), non uno
scriba: "E si stupivano del suo insegnamento, perché li ammaestrava
come uno che ha autorità e non come gli scribi" (Marco 1, 22). Né
volle circondarsi di scribi.
Leggiamo invece nei vangeli che fin dai primi giorni della sua vita
pubblica il Maestro accettò, anzi invitò, persone che lo seguissero
come discepoli (cfr. Giovanni 1, 37-42). Il gruppo di questi
discepoli andò sempre crescendo.Erano molti (cfr. Luca 6, 17).
2 - E arrivò un giorno in cui il Maestro, dopo aver pregato a lungo
(cfr. Luca 6, 12), fece una scelta tra quanti lo seguivano come
discepoli. Racconta san Marco:
"Poi salì sulla montagna e chiamò quelli che volle, ed essi andarono
da lui. E ne costituì dodici perché stessero con lui, e per mandarli
a predicare col potere di scacciare i demoni. Costituì, dunque, i
Dodici: Simone, al quale diede il nome di Pietro ecc." (Marco 3, 13-
16, Garofalo). Seguono i nomi dei Dodici scelti.
San Luca, nel racconto parallelo, precisa che ai Dodici Gesù "diede
il nome di apostoli" cioè inviati (Luca 6, 13). Parlando poi della
prima missione, dice: "Riunì i Dodici" (Luca 9, 1).
La precisazione di Luca fa capire chiaramente che tra i discepoli in
genere e i Dodici scelti da Gesù esiste una differenza rimarchevole.
San Matteo dice: "I dodici discepoli", ma subito dopo precisa: "I
nomi dei dodici apostoli sono questi: primo, Simone detto Pietro
ecc." (Matteo 10, 2).
I Dodici dunque formano un gruppo ben distinto tra i seguaci o
discepoli di Cristo, con compiti o funzioni particolari. A conferma
vale il fatto che, dopo questa scelta o elezione, il gruppo è assai
spesso designato col solo nome di "I Dodici" (Oi Dòdeka): 34 volte
contro 8.
Gesù e i Dodici
Leggendo i vangeli si nota facilmente come dopo la scelta dei Dodici,
tra Gesù e questo gruppo si siano creati gradatamente rapporti
particolari. Molto significativa è l'espressione di Marco che
dice: "Li scelse per averli con sé, per mandarli a predicare e perché
avessero il potere di scacciare i demoni" (Marco 3, 14-15).
1 - Effettivamente, non molto tempo dopo la scelta, Gesù affida ai
Dodici la prima missione: li manda da soli, a due a due, rivestendoli
della sua stessa autorità e dei suoi poteri. Oltre all'impegno di
annunziare il Vangelo, come farà anche coi settantadue discepoli (cfr
Luca 10, 1 ss.), ai Dodici Gesù "diede autorità sugli spiriti maligni
e di guarire le malattie" (Luca 9, 1-2). Disse loro: "Guarite i
malati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demoni"
(Matteo 10, 8).
2 - Ai Dodici, in corso di tempo, Gesù fa conoscere la vera natura
della sua missione messianica, vale a dire che, contrariamente alla
comune attesa, egli restaurerà il Regno di Dio mediante la sofferenza
e la morte, seguita dalla risurrezione. Più d'una volta Gesù aveva
accennato alla sua passione (cfr. Matteo 16, 21; 17, 22, e paralleli;
Giovanni 2, 19-22). Ma ai Dodici parlò in modo particolare e
abbastanza chiaro:
"Mentre erano nella strada che sale a Gerusalemme (…) ancora una
volta Gesù prese in disparte i Dodici discepoli e si mise a parlare
di quello che gli doveva accadere. Disse loro: "Ecco, noi stiamo
salendo verso Gerusalemme; là il Figlio dell'uomo sarà dato nelle
mani dei capi dei sacerdoti" (Marco 10, 32-34).
3 - Altro momento forte di questa intimità tra Gesù e i Dodici è
certamente la celebrazione dell'ultima Pasqua. Senza dubbio in quella
circostanza c'erano a Gerusalemme altri discepoli. Ma Gesù volle
celebrare la Pasqua solo coi Dodici: "Quando fu sera, si mise a
tavola insieme ai Dodici discepoli" (Matteo 26, 20; Marco 14, 17;
Luca 29,4).
Dal tenore delle parole che Gesù rivolse ai Dodici in quella
circostanza, apprendiamo che conferì loro il potere sacerdotale di
offrire l'unico sacrificio della Nuova Alleanza: "Fate questo in
memoria di me" (Luca 22, 19).
4 - Anche nel lungo discorso che segui la Santa Cena, in
cammino verso il Getsemani, gli interlocutori immediati di Gesù
furono i Dodici. A loro in modo particolare Gesù promette lo Spirito
Santo.
"lo pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito (difensore,
assistente, consolatore), che starà sempre con voi, Io Spirito di
verità (... ). Vi ho detto queste cose mentre sono con voi. Ma il
Padre vi manderà nel mio nome un Difensore: lo Spirito Santo. Egli vi
insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che ho detto"
(Giovanni 14, 16.25-26).
Senza dubbio lo Spirito Santo è dato a tutti i credenti in Cristo
(cfr. Giovanni 7, 39). Ma qui appare chiaro che una particolare
effusione dello Spirito è promessa ai Dodici, in vista certamente
della funzione speciale che avrebbero dovuto svolgere in seno alla
comunità dei discepoli di Cristo.
5 - Dopo la crisi del venerdì santo, che vide dispersi anche i
Dodici, il Risorto li ristabilisce nella loro missione, che riceve un
assetto definitivo dalla certezza della risurrezione. Luca ci informa
che il Risorto fu assunto in cielo "dopo aver dato istruzioni agli
Apostoli che si era scelti nello Spirito Santo. Egli si mostrò ad
essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo per
quaranta giorni e parlando del Regno di Dio" (Atti 1, 2-3).
Certo il Risorto apparve anche ad altri; ma nelle apparizioni una
particolare attenzione fu riservata ai Dodici. Nel racconto sommario
che san Paolo fa delle apparizioni di Cristo Risorto afferma
esplicitamente che si fece vedere ai Dodici (cfr. 1 Corinzi 15, 5).
I Dodici nella Chiesa primitiva
La scelta dei Dodici fatta da Gesù e la cura particolare che egli
ebbe nei loro riguardi spiegano e giustificano il ruolo che i Dodici
ebbero nella Chiesa dei primi tempi. I primi cristiani ricevettero la
fede non da uno scritto, ma dalla viva voce dei Dodici e dei loro
collaboratori.
1 - I Dodici insegnano e presiedono nella comunità di Gerusalemme
(cfr. Atti 2, 42-43). Con grande coraggio attestano la risurrezione
del Signore e riscuotono grande simpatia (cfr. Atti 4, 33), ma anche
avversità e persecuzioni (cfr. Atti 5, 17-18). S'interessano dei beni
della comunità (cfr. Atti 4, 34-35; 5, 2). Parlano in nome di Gesù e
sempre in suo nome compiono segni e miracoli (cfr. Atti 5, 12 e 5,
40). Riservandosi il servizio della Parola, autorizzano altri ad aver
cura della distribuzione dei beni (cfr. Atti 6, 2-6).Si riuniscono a
Gerusalemme insieme agli anziani per decidere, sotto la guida dello
Spirito Santo, che cosa bisogna esigere dai cristiani provenienti dal
paganesimo (cfr. Atti 15, 2-22).
2 - A conferma di questo ruolo direttivo dei Dodici nella Chiesa
primitiva vale quanto sugli Apostoli, ossia sui Dodici, dice san
Paolo nelle sue Lettere.
Scrivendo ai cristiani di Corinto afferma che nell'organismo
ecclesiale, oltre alla basilare uguaglianza di tutti come membra di
Cristo, vi sono diversità di funzioni volute da Dio:
"Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua
parte. Alcuni però Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come
apostoli" (1 Corinzi 12, 27-28).
E altrove:
"E' lui (Cristo) che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come
profeti" (Efesini 4, 11).
Commentando queste parole dell'Apostolo la Traduzione Ecumenica della
Bibbia osserva:
"La Lettera pone l'accento sull'iniziativa del Signore che dà alla
Chiesa gli uomini necessari per la propria edificazione. In questa
lista di ministri si nota il primato degli apostoli".
Significato d'una scelta
1 - Nella Chiesa primitiva i Dodici, oltre al ruolo di annunciare la
Parola e dirigere le comunità, ebbero anche la preoccupazione di
assicurare che queste due funzioni fossero partecipate e continuate
mediante persone qualificate ad essi intimamente legate.
Il primo esempio di questa preoccupazione fu l'elezione di Mattia per
occupare il posto lasciato vuoto dal traditore. Siamo alle origini
della Chiesa. Il Vangelo doveva essere annunziato da testimoni
oculari e auricolari della vita e della risurrezione del Signore.
Mattia era uno di quelli che fin dal battesimo di Gesù era stato in
loro compagnia, e lo fu fino alla fine. In questo modo era
qualificato a diventare testimone della sua risurrezione e ascensione
(cfr. Atti 1, 21-22).
Credente.
Monday, August 06, 2012 11:04 PM
2 - Neppure Saulo, divenuto Paolo, era del numero dei Dodici scelti
da Gesù durante la sua vita terrena. Tuttavia egli fu riconosciuto
Apostolo a pieno titolo. Egli considera la sua missione come un
incarico ricevuto direttamente dal Signore (cfr. Atti 9, 15; Galati
2, 7-10; 1 Corinzi 9, 1). Anche a lui era apparso il Risorto (cfr.
Atti 9, 3-5; 1 Corinzi 15, 8).Paolo poteva dire di essere
Apostolo "non per volere di uomo né per tramite d'uomo, ma per opera
di Gesù Cristo e di Dio Padre" (Ga- lati 1, 1; cfr. 1 Timoteo 2, 7; 2
Timoteo 1, 11; Tito 1, 1; 1 Tessalonicesi 2, 7).
3 - In seguito, nella misura in cui la fede si diffondeva anche fuori
la Palestina, e i testimoni oculari diminuivano sempre più, non vi fu
la preoccupazione di conservare il numero dei Dodici. L'essenziale
era la continuità della missione apostolica. Nessuno prese il posto
dell'Apostolo Giacomo, uno dei Dodici, fatto decapitare da Erode
(cfr. Atti 12, 2); ma molti dentro e fuori la Palestina continuarono
la sua missione in stretta collaborazione con gli Apostoli.
Nelle nuove comunità furono costituiti maestri e guide qualificate ed
autorevoli col compito di continuare ed estendere nel tempo e nello
spazio la testimonianza e la funzione dei Dodici. Comincia così la
catena dei collaboratori prima, e dei successori poi. Non più
condizionamento di numero, ma compito di annunciare la Parola, di
guidare le comunità e di presiedere l'Eucaristia. La catena non si è
mai interrotta attraverso i secoli. In questo modo comincia ad
attuarsi quella nota caratteristica della vera Chiesa di Cristo, che
è la sua apostolicità mediante la successione.
4 - Nella scelta dei Dodici possiamo e dobbiamo perciò distinguere
due aspetti o componenti.
Una personale, quindi irripetibile, finita con la morte dei Dodici. I
Dodici furono testimoni della risurrezione del Signore e fonte
diretta della Rivelazione da lui fatta all'umanità. Fin dal tempo
degli Apostoli la Lettera di Giuda esortava a combattere per la
fede, "che fu trasmessa ai credenti una volta per sempre" (Giuda 3).
L'altro aspetto o componente della scelta dei Dodici è la funzione
che essi hanno trasmesso ai loro successori: il compito di annunciare
il Vangelo, di guidare la comunità, di santificare i credenti coi
sacramenti.
L'una e l'altra cosa ci danno il vero significato di quella scelta.
I primi collaboratori dei Dodici
Ma vediamo come sono andate le cose seguendo fedelmente la Bibbia e
le più antiche testimonianze. Il Nuovo Testamento ci fa assistere fin
dall'età apostolica al sorgere e costituirsi d'una gerarchia di
governo che prolunga nel tempo la funzione degli Apostoli.
1 - A Gerusalemme, uno dei più noti collaboratori dei Dodici fu
Giacomo, detto il minore (cfr. Marco 15, 40). Lo vediamo a capo della
comunità di Gerusalemme forse anche a motivo della sua parentela con
Gesù. Era infatti figlio di quell'altra Maria (cfr. Matteo 27, 56;
Marco 15, 40), sorella o cugina della Madre di Gesù (cfr. Giovanni
19, 25). E' detto, assieme a Cefa (= Pietro) e Giovanni, "colonna
della Chiesa" (Galati 2, 9). Al concilio di Gerusalemme formulò le
decisioni da prendere dopo che Pietro, parlando per prime>, ebbe
esposto la questione (cfr. Atti 15, 6-21). Giacomo è comunemente
conosciuto come il primo Vescovo di Gerusalemme. Fu infatti capo di
quella chiesa dopo che Pietro fu costretto ad andare altrove (cfr.
Atti 12, 17).
2 - Un caso tipico è quello di Barnaba. Non era del numero dei Dodici
né ebbe una vocazione miracolosa come Paolo. Fu uno tra i primi
convertiti al Vangelo e, dopo questa scelta, si dedicò al servizio
del Signore a tempo pieno (cfr. Atti 4, 36-37). Ebbe perciò incarichi
di prim'ordine da parte degli Apostoli.
Barnaba fu inviato ad Antiochia in forma ufficiale, quale delegato di
Pietro e di Giovanni, per rendersi conto, approvare e incoraggiare la
nascita e la crescita di quella comunità: "Vi fu inviato Barnaba.
Arrivò, vide quel gran dono di Dio e ne gioì. Poi si diede a
esortarli a restar fedeli a Gesù con tutto lo slancio. Era un uomo
virtuoso, pieno di Spirito Santo e di fede, e una grande moltitudine
fu così guadagnata a Gesù" (Atti 11, 22-24).
Episcopi e presbiteri
Nell'opera degli Apostoli avente lo scopo di prolungare nel tempo la
loro funzione, accanto alle grandi figure di Giacomo e di Barnaba,
appaiono fin dalle origini gli episcopi e i presbiteri.
1 - Gli episcopi erano dei sorveglianti come indica la parola (greco
episkopein = sorvegliare). Ad essi vengono attribuite le funzioni di
pascere il gregge di Dio (cfr. Atti 20, 28; 1 Pietro 5, 1-3),
presiedere le assemblee (cfr. 1 Timoteo 3, 5; 5, 17), esercitare il
ministero della Parola con autorità (cfr. 1 Timoteo 5, 17; Tito 1, 9).
2 - I presbiteri erano persone anziane chiamate a compiere varie
funzioni in seno alle comunità dei cristiani. A Gerusalemme ricevono
ed amministrano gli aiuti mandati dai fratelli di Antiochia ai
fratelli della Palestina (cfr. Atti 11, 29-30). Sempre a Gerusalemme
gli anziani prendono parte al concilio, assieme agli Apostoli e a
Giacomo (cfr. Atti 15, 6.21-28).
Fuori della Palestina, nelle chiese fondate da Paolo, i presbiteri o
anziani sono incaricati di guidare le comunità locali (cfr. Atti 14,
23). Scrivendo a Tito, Paolo lo esorta a stabilire presbiteri in ogni
città (cfr. Tito 1, 5).
Le funzioni o compiti dei presbiteri erano diverse: presiedevano alle
comunità in qualità di pastori (cfr. Atti 20, 28), di amministratori
(cfr. Tito 1, 6-9; 1 Timoteo 3, 1-7; Atti 11, 29-30), di maestri,
cf. Atti 20, 28.32; 1 Timoteo 5, 17; Tito 1, 9). Ad essi spettava
pure l'esercizio di determinati riti liturgici come l'unzione degli
infermi (cfr. Giacomo 5, 14). Dai più antichi documenti sappiamo che
i presbiteri presiedevano alla "celebrazione del sacrificio
eucaristico".
3 - Episcopi e presbiteri spesso coincidono. In Atti 20, 18 sono
detti presbiteri quelli che poco dopo Paolo chiama episcopi. Agli uni
e agli altri vengono spesso attribuite le stesse funzioni (cfr. Atti
20, 28; 1 Pietro 5, 1-3; 1 Timoteo 3, 5; 5, 17; Tito 1, 9).
Tuttavia è da notare che nelle Lettere Pastorali il titolo di
episcopo appare solo al singolare e con l'articolo determinativo.
Paolo esorta Tito a stabilire presbiteri nelle singole città; poi,
subito dopo, dà istruzioni riguardanti l'episcopo (ton episkopon) al
singolare.
All'inizio pare che i termini presbiteri ed episcopi siano
equivalenti, nel senso che indicano gli anziani che guidano le
comunità. Con l'andare del tempo invece i compiti si specificano come
appare dalle Lettere Pastorali, e l'episcopo assume la direzione
della chiesa locale.
I grandi rappresentanti dell'Apostolo
Come nella Chiesa Madre di Gerusalemme, dove accanto alla figura di
Pietro e di Giovanni appare quella di Giacomo, così pure nelle chiese
fondate da Paolo emergono figure, il cui ruolo supera di molto quello
di un semplice responsabile locale. Tali sono soprattutto Timoteo e
Tito.
1 - Timoteo era nato da padre pagano e da madre giudea convertita al
cristianesimo (cfr. Atti 16, 1; 2 Timoteo 1, 5).Fu compagno di Paolo
nel secondo e terzo viaggio missionario (cfr. Atti 17, 14 ss.; 18, 5;
19, 22; 20, 4). A lui Paolo diede incarichi speciali di grande
fiducia (cfr. Atti 19, 22; 1 Corinzi 4, 17; 16, 10; 2 Corinzi 1, 9; 1
Tessalonicesi 3, 2-6).Segno di questa stretta collaborazione sono le
due Lettere indirizzate da Paolo a Timoteo, oltre a quelle
indirizzate dall'Apostolo alle varie chiese anche in nome di Timoteo
(cfr. Filippesi 1, 1; Colossesi 1, 1; 1 e 2 Tessalonicesi, esordio).
A un dato momento della sua vita, quasi certamente verso gli ultimi
anni, Paolo, prevedendo prossima la sua morte, affida a Timoteo la
cura o governo della Chiesa di Efeso:
"Quando partii per andare in Macedonia ti raccomandai di rimanere a
Efeso. Restaci ancora, ti prego, perché vi sono alcuni che insegnano
false dottrine e tu devi ordinare che la smettano" (i Timoteo 1, 3).
Le parole usate da Paolo hanno tutto il sapore di un affidamento più
che di una semplice e ordinaria collaborazione. E' qui indicato
chiaramente un caso di successione apostolica, cioè di trasmissione
di poteri apostolica per la continuità dell'annuncio genuino del
Vangelo conforme alla struttura della Chiesa voluta esplicitamente
dal Signore Gesù.
2 - Tito fu pure un immediato collaboratore di Paolo, che lo
chiama "mio vero figlio riguardo alla fede comune" (Tito 1, 4). Paolo
lo aveva generato in Cristo essendo stato lui lo strumento, di cui
Cristo si era servito, per dare a Tito la nuova vita nella fede (cfr.
Galati 4, 19; 1 Corinzi 4, 14-1 5; 2 Corinzi 6, 13).
Tito ebbe dall'Apostolo vari incarichi anche delicati (cfr. 2 Corinzi
2, 13; 7, 6; 8, 6-17; 12, 18; Romani 15, 26). In modo analogo a
quanto aveva fatto con Timoteo, Paolo affida a Tito la cura della
Chiesa di Creta coi potere di continuare l'opera sua.
"A Creta ti lasciai per questo scopo: perché tu dia l'ultima mano a
ciò che resta da fare e faccia in modo che in ogni città ci sia
qualche presbitero, secondo le disposizioni che ti ho dato" (Tito 1,
5).
E' chiaro che Tito riceve da Paolo la consegna della sua stessa
missione, che comportava non solo la vigilanza e la testimonianza
della sana dottrina, ma anche la scelta delle guide o pastori che
partecipassero e continuassero la stessa missione.
Abbiamo qui un altro caso di successione apostolica analogo a quello
di Timoteo.
Credente.
Monday, August 06, 2012 11:06 PM
PARTE SECONDA
LA SUCCESSIONE APOSTOLICA
Verità da ricordare
Ricordiamo ancora alcune verità bibliche:
1 - Il Signore Gesù vuole che il suo Vangelo sia annunziato a tutte
le genti e assicura che in quest'opera universale e perenne egli sarà
sempre coi suoi inviati o apostoli fino alla fine dei mondo (cfr.
Matteo 28, 19-20; Marco 16, 15). In effetti con la scelta dei Dodici
e la missione loro affidata Gesù aveva fatto chiaramente capire che
quest'opera universale e perenne di salvezza si sarebbe realizzata
mediante il servizio di persone qualificate e autorizzate (cfr.
Matteo 28, 18-20; Marco 16, 15; Luca 24, 46-49; Giovanni 20, 20-23).
I Dodici hanno ricevuto questo mandato direttamente dal Maestro (cfr.
Marco 3, 14, e paralleli). Ma essi sono morti. Come può essere
continuato questo ministero qualificato voluto dal Maestro divino?
Come sarà perpetuata la struttura della comunità dei suoi discepoli
quale egli ha chiaramente indicata?
2 - Gli Apostoli hanno ben capito questa volontà del loro Maestro.
Perciò non solo ebbero la preoccupazione di predicare il Vangelo
anche fuori della Palestina, nel mondo allora conosciuto, ma si
circondarono di collaboratori, che potessero continuare la loro
missione. A questi essi trasmisero anche mediante un gesto visibile e
significativo, vale a dire con la imposizione delle mani l'autorità
che essi avevano ricevuto dal loro Maestro. In seguito diedero
disposizioni che, quando essi fossero morti, altri uomini fedeli ed
esimi, subentrassero al loro posto.
Abbiamo qui delineata quella che si chiama "successione apostolica",
cioè la continuità del ministero o servizio qualificato nella Chiesa
mediante uomini collegati ai Dodici senza interruzione, e mediante i
Dodici allo stesso divino Fondatore della Chiesa.
Giustifica la Bibbia questa continuità?
Giustificazione biblica
Un assertore esplicito della successione apostolica è, in modo
particolare, san Paolo. Non molto tempo prima della sua morte
scriveva a Timoteo: "Tu, dunque, figlio mio, fortificati nella grazia
che è in Cristo Gesù. Le cose che udisti da me con l'appoggio di
molti testimoni, affidale ad uomini fedeli, capaci di istruire altri
a loro volta" (2 Timoteo 2, 1-2).
Spiegazione:
1 - Quando Paolo scriveva queste parole ave- va poca o nessuna
speranza di ricuperare la libertà, di poter cioè vivere ancora a
lungo. Prevedendo prossima la sua fine si preoccupa di assicurare
la continuità nella trasmissione del Vangelo mediante ministri
fedeli e ben preparati. Timoteo era certamente uno di questi. A lui
Paolo, in una Lettera precedente, aveva raccomandato: "Non trascurare
il carisma che è in te e che ti fu dato per mezzo della profezia
insieme all'imposizione delle mani dei presbiteri" (1 Timoteo 4, 14).
Timoteo, dunque, può essere considerato il primo anello, dopo Paolo,
d'una lunga catena, che è la successione apostolica. Questo
significano le parole: "Le cose da me udite con l'appoggio di molti
testimoni". Si tratta d'una consegna, d'una trasmissione di poteri.
L'espressione allude a un particolare momento nella vita di Timoteo,
nel quale ricevette la missione di predicare il Vangelo con autorità.
La consegna era accompagnata da un rito, cioè la imposizione delle
mani (cfr. 1 Timoteo 4, 14; 6, 12).
2 - Ma Paolo guarda più avanti. Egli vuole che anche dopo Timoteo vi
siano nella Chiesa uomini fedeli e capaci di continuare la stessa
autorevole missione. Ad essi Timoteo deve trasmettere lo stesso
ministero che ha ricevuto da Paolo: "Le cose che udisti da me
affidale ad uomini fedeli, capaci".
Abbiamo qui il secondo anello della stessa catena: come Timoteo si
ricollega a Paolo nel servizio qualificato e autorevole della Parola,
così altri devono collegarsi a lui e, mediante lui, a Paolo, a
Cristo. Questo servizio non è perciò lasciato allo sbaraglio, alla
balìa di avventurieri, ma deve essere continuato mediante la
trasmissione da parte di coloro che a loro volta l'hanno ricevuto e
fedelmente esercitato.
3 - La catena continua. Gli uomini fedeli e capaci, a cui Timoteo ha
affidato le cose udite da Paolo, ossia il Vangelo autentico di
Cristo, devono fare lo stesso cammino, affidare cioè ad altri, fedeli
e capaci, quelle stesse cose, non altre.
Abbiamo qui il terzo anello della catena. E' implicito nel pensiero
di Paolo che su questi altri incombe lo stesso dovere, vale a dire di
non spezzare la catena, ma continuarla affidando ad altri ancora lo
stesso qualificato e autorevole servizio della Parola. E cosi fino
alla fine dei tempi.
4 - In questa chiara esposizione dell'Apostolo sono ben delineati i
connotati di quella che si chiama "la successione apostolica". E' una
catena ininterrotta - ripetiamo - che dal Signore Gesù, mediante gli
Apostoli da lui scelti, autorizzati, inviati, e mediante i loro
legittimi successori, deve continuare fino alla fine del mondo (cfr.
Matteo 28, 20). Chi si pone fuori di questa catena non ha nessuna
autorità, nessun diritto, nessuna garanzia di annunciare il Vangelo
eterno del Figlio di Dio. Il Signore Gesù ha assicurato la sua
presenza, cioè la sua assistenza, ai suoi Apostoli, non ad altri,
fino alla fine del mondo.
Commenta un biblista:
"La "successione apostolica" è qui chiaramente delineata (...).
L'Apostolo si preoccupa che Timoteo stesso si prepari dei
collaboratori nell'insegnamento, tra i quali, ovviamente, qualcuno
avrebbe dovuto prendere il suo posto quando il discepolo stesso
sarebbe morto. "Quelle cose da me udite davanti a molti testimoni,
affidale in custodia ad uomini sicuri, i quali siano capaci di
ammaestrare anche altri" (2 Timoteo 2, 2). Come Cristo si è creato i
suoi rappresentanti legittimi, cioè gli Apostoli, così questi si
scelgono e designano dei successori, i quali a loro volta designano
altri; e così fino alla fine dei tempi. C'è una "legittimità" di
rappresentanza, la quale non può prescindere, oltre che da specifiche
doti umane e spirituali, quali l'apostolo ripetutamente enumera,
anche da un autentico e ben chiaro rapporto di ascendenza che, in
qualche maniera, ricolleghi a colui o a coloro dai quali viene
gestita la rappresentanza".
0 Timoteo, custodisci il deposito (1Timoteo 6, 20)
Noi arriveremo alla stessa conclusione esaminando ciò che Paolo
scrive ancora a Timoteo nella prima Lettera: "0 Timoteo, custodisci
il deposito" (1 Timoteo 6, 20).
Quando Paolo scriveva questa Lettera, dense nubi si addensavano
all'orizzonte della sua vita. Infatti, dopo appena due anni, arriverà
per lui il tempo di levare l'ancora (cfr. 2 Timoteo 4, 6), e verserà
il suo sangue come offerta a Dio gradita.
In questo contesto, le parole sopra citate a Timoteo, che era stato
preposto alla guida della chiesa di Efeso, hanno tutto il sapore di
un testamento. Al discepolo, che aveva tutte le caratteristiche di un
Vescovo, Paolo raccomanda di custodire il deposito. Nel linguaggio
giuridico del tempo deposito era qualcosa consegnata a una persona di
fiducia, che contraeva il diritto-dovere di custodire la cosa
consegnata nella sua integrità per riconsegnarla a suo tempo
sostanzialmente immutata.
Al di là della metafora, le cose sono chiare senza possibile dubbio.
Cristo ha affidato il deposito del Vangelo agli Apostoli. Paolo si
sentiva ed era Apostolo di Cristo a tutti gli effetti. Come i Dodici
egli sentiva di essere un depositario della Parola di Dio.
Presentendo vicina la sua fine terrena, affidava tale deposito a
persona qualificata e di fiducia quale era appunto Timoteo.
Trattandosi di un deposito, Timoteo a sua volta dovrà fare lo stesso,
finché il tesoro depositato si conservi integro fino al ritorno del
Depositante, che è Cristo Signore. Si forma così una catena
ininterrotta di depositari, che garantiscono la custodia integra kl
deposito conforme alla volontà del Padrone.
"Come Paolo ha ricevuto gli insegnamenti che ha tra- smesso ai suoi
discepoli (cfr. 1 Corinzi 11, 2 e 23; 15, 1-3; Galati 2, 2.9), così
dovrà fare a sua volta Timoteo il deposito (cfr. 1 Timoteo 6, 20) è
da custodirsi e insieme trasmettersi. Canale di questa trasmissione è
Timoteo insieme ad altri, perché non udì da solo gli insegnamenti di
Paolo, ma fra molti testimoni (cfr. 1 Timoteo 6, 12). Timoteo e i
testimoni insieme formano come una sola vox populi del cristianesimo
che è la vox Dei, ed essi a loro volta trasmetteranno quella unica
voce ad uomini fedeli".
Credente.
Monday, August 06, 2012 11:08 PM
Modalità nella successione
Gli Apostoli dunque ebbero dei collaboratori, ai quali trasmisero il
ministero o servizio qualificato e autorevole di maestri e guide
delle comunità. I collaboratori divennero successori. Ma quale fu la
forma concreta di questa successione? Chi ne fu il soggetto?
1 - Dai documenti in nostro possesso, soprattutto dagli Atti degli
Apostoli e dalle Lettere di san Paolo, appare chiaro che la
trasmissione dei poteri dell'Apostolo è personale e individuale, non
collettiva e anonima. A Gerusalemme abbiamo il caso di Giacomo. Fin
dai primissimi tempi appare come il Vescovo di quella chiesa,
attorniato da anziani o presbiteri (cfr. Atti Il, 30; 15, 6-13; 21,
8). Simile corso ebbe luogo nelle chiese di Efeso con la presenza e
l'opera di Timoteo (cfr. 1 Timoteo 1, 3), e di Creta con Tito (cfr.
Tito 1, 5). Ben a ragione i due collaboratori dell'Apostolo vanno
considerati come i primi successori in quelle comunità col potere
d'insegnare e di guidare.
La stessa cosa sembra potersi dire della chiesa di Antiochia di
Siria. Con ogni probabilità fu Pietro a guidare quella chiesa per un
certo tempo (cfr. Galati 2, 11). A lui successe Evodio, a cui tenne
dietro come Vescovo Ignazio, che finì la vita col martirio a Roma nel
107 d.C. Il martire Ignazio è il testimone più esplicito della forma
monarchico-episcopale delle chiese fin dai suoi tempi, vale a dire
fin dalla seconda metà del primo secolo (cfr. infra).
Infine è molto probabile che "gli angeli" delle sette chiese, di cui
parla l'Apocalisse nei capitoli 2 e 3 (cfr. anche 1, 20),
rappresentino i singoli Vescovi di quelle chiese. E Giovanni scrisse
verso la fine del primo secolo.
2 - Tuttavia, almeno in alcune chiese di origine paolina, sembra che
la successione si sia attuata in un primo tempo in una forma
collegale, sfociata a breve scadenza in quella monarchica, a
imitazione delle altre chiese. Le cose si sarebbero svolte nel modo
seguente in sintonia con quanto aveva fatto lo stesso Paolo.
Finché visse l'apostolo era lui il responsabile. Ma la cura immediata
delle singole comunità era affidata a un consiglio di anziani (cfr.
Atti 14, 23; 1 Tessalonicesi 5, 12-13). Tra gli anziani era eletto
uno chiamato "episcopo" con funzioni direttive particolari (cfr. Tito
I# 5). La figura dell'episcopo è di qualcuno che debba avere qualità
non comuni (cfr. 1 Timoteo 3, 1 ss; Tito 1, 7-9). E' significativo il
fatto che Paolo, nella Lettera a Tito (1, 7), parli dell'episcopo al
singolare.
Dopo la morte dell'Apostolo, assai di buon'ora, prevalse la forma
monarchica di successione. L'episcopo divenne Vescovo, imitando il
comportamento avuto da Paolo nei riguardi di Timoteo e Tito.
3 - Testimone autorevole di questo sviluppo è certamente il martire
Ignazio di Antiochia, già ricordato. Egli visse nella seconda metà
del primo secolo e fu quindi contemporaneo dell'autore
dell'Apocalisse. Di lui rimangono numerose e chiare testimonianze
sulla struttura delle singole chiese, che si accentra nella figura
del Vescovo.
"Procurate di fare ogni cosa (...) sotto la guida del Vescovo, che
tiene il luogo di Dio": "Nessuno faccia senza il Vescovo alcuna di
quelle cose, che riguardano la Chiesa (...). Dove appare (il
Vescovo), ivi sia la comunità, come dov'è Gesù Cristo, ivi è la
Chiesa cattolica Quello che il Vescovo fa è approvato da Dio".
In tutte le lettere di Ignazio, anche in quelle indirizzate alle
chiese di origine paolina, la figura del Vescovo appare in modo
chiaro ed inequivocabile.
"Dato che prima della fine del 1 secolo si trovano chiese sotto un
unico Vescovo, si può presumere che uno dei membri del collegio fosse
eletto a succedere all'apostolo, dopo la morte di lui, come capo
monarchico della chiesa".
Credente.
Monday, August 06, 2012 11:12 PM
PARTE TERZA
TRADIZIONE E SUCCESSIONE
Concetto cattolico di Tradizione
1 - Per Tradizione noi cattolici non intendiamo quello di cui i tdG e
altri settari malignamente ci accusano, vale a dire la sostituzione
di insegnamenti umani alla Parola di Dio. L'uso che essi fanno di
alcuni testi biblici come Matteo 15, 1-6; Marco 7, 1-13, per dare
un'apparenza di verità alla loro calunnia, è completamente errato.
Nei testi citati Gesù rimprovera i farisei di anteporre al
comandamento di Dio, quale l'onorare i genitori, precetti umani quali
il lavarsi le mani prima del cibo o al ritorno dal mercato, come,
pure lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame (cfr. Marco
7, 4; Matteo 15, 2). E' semplicemente ridicolo attribuire alla Chiesa
Cattolica l'insegnamento per tradizione di questi e simili precetti.
Al contrario, la Chiesa Cattolica si basa sulla Tradizione per
conoscere in modo completo e fare osservare fedelmente e in modo
esatto la Parola di Dio. Questo concetto di Tradizione è
perfettamente giustificato dalla Bibbia.
2 - La parola "tradizione" (greco paràdosis)
significa "trasmissione". In questo senso i detti e i fatti di Gesù,
cioè il Vangelo (per limitarci solo al Nuovo Testamento) furono
trasmessi da Lui a viva voce ai suoi discepoli, soprattutto ai
Dodici, e da questi ad altri. E' fuor di dubbio che quanti udirono
Gesù o furono testimoni delle sue opere non scrissero subito la
cronaca di quegli eventi per farla leggere ad altri. Il "servizio
stampa" era ancora lontano secoli e millenni. Quei discepoli si
imprimevano nella memoria i detti e i fatti del Maestro, che poi
riferivano ad altri a viva voce. Il Vangelo fu Tradizione prima che
prendesse forma scritta (cfr. 1 Corinzi Il, 23; 15, 3; Luca 1, 1-2).
Gli scritti che vennero dopo non erano destinati a riportare tutta la
Tradizione (cfr. Giovanni 20, 30-31; 21, 24-25). Questo è talmente
vero che lo stesso Paolo raccomandava ai cristiani di Tessalonica
di "mantenere le tradizioni che avete apprese così dalla nostra
parola come dalla nostra lettera" (2 Tessalonicesi 2, 15).
3 - Da ciò ne segue che il contenuto della Tra, dizione, vale a dire
dei detti e dei fatti di Gesù, che è Parola di Dio, ci può essere
pervenuto anche per altri canali che non siano i vangeli e gli
scritti apostolici. Infatti alcuni discepoli immediati degli Apostoli
ci hanno lasciato testimonianze scritte di ciò che avevano udito da
loro. Noi possiamo considerare queste testimonianze come autentici
insegnamenti di Gesù e degli Apostoli.
A questo tipo di Tradizione, che è Parola di Dio, appartengono non
pochi detti riguardanti la successione apostolica. Tale dottrina -
come abbiamo dimostrato - è contenuta nella Bibbia. Ma anche fuori
della Bibbia abbiamo numerose testimonianze della stessa verità. Sono
gli scritti di alcuni eminenti testimoni delle prime generazioni
cristiane.
Credente.
Monday, August 06, 2012 11:13 PM
Testimoni e testimonianze
1 - San Clemente Romano
Tra i discepoli immediati degli Apostoli, nel caso specifico di san
Pietro, va annoverato Clemente Romano. Fu terzo successore di san
Pietro a Roma, dopo Lino, ed Anacleto, dall'anno 92 all'anno 101 Era
Cristiana. Clemente conobbe molte cose, cioè insegnamenti di Pietro e
forse anche di Paolo. Poi ebbe occasione di mettere queste cose per
iscritto. Uno di questi scritti è giunto fino a noi e contiene
un'esplicita testimonianza della successione apostolica. Eccola:
"Gli Apostoli furono mandati a portare la Buona Novella dal Signore
Gesù Cristo; Gesù Cristo fu mandato da Dio. Il Cristo dunque viene da
Dio, e gli Apostoli da Cristo. Ambedue le cose procedettero dunque
ordinatamente dalla volontà di Dio. Ricevuto quindi il loro mandato,
resi sicuri dalla risurrezione dei Signore Nostro Gesù Cristo e
fiduciosi nella Parola dì Dio, con l'assicurazione dello Spirito
Santo, andarono ad annunziare la Buona Novella, l'avvicinarsi del
regno di Dio. Predicando per le campagne e per le città, essi
provavano nello Spirito Santo le loro primizie (= le prime
conversioni) e le costituivano vescovi e diaconi dei futuri credenti.
E questa non era cosa nuova, poiché da gran tempo la Scrittura
parlava di vescovi e diaconi. Così dice infatti la Scrittura in un
luogo. "Stabilirò i loro vescovi nella giustizia e i loro diaconi
nella fede".
E ancora: "Anche gli Apostoli nostri conobbero, per mezzo del Signore
Nostro Gesù Cristo, che ci sarebbero stati contrasti a riguardo della
dignità episcopale. Per questa ragione, prevedendo perfettamente
l'avvenire, istituirono coloro che abbiamo detto (cioè vescovi e
diaconi); e diedero ordine che, quando costoro fossero morti, altri
uomini provati succedessero nel ministero. Coloro dunque che furono
stabiliti dagli Apostoli, oppure in seguito da altri uomini esimi con
l'approvazione di tutta la Chiesa (... ), costoro noi crediamo che
non sia giusto scacciarli dal loro ministero".
Osservazioni:
a) La testimonianza di san Clemente Romano in materia di successione
apostolica è di un valore incalcolabile sia per la sua antichità sia
per la forma assai esplicita in cui è affermata. La Lettera è stata
scritta "dalla chiesa di Roma alla chiesa di Corinto" verso l'anno 96
Era Cristiana. Sappiamo da sant'Ireneo che la Lettera deve essere
attribuita a Clemente, che guidava in quel tempo la chiesa di Roma.
Di lui scrive Ireneo: "La predicazione degli Apostoli risuonava
ancora nelle sue orecchie e il loro insegnamento era ancora sotto i
suoi occhi".
b) Clemente fa risalire a Gesù Cristo l'origine della successione
apostolica. Fu Lui a voler assicurare la trasmissione del vero
Vangelo mediante una catena ininterrotta di persone qualificate e
autorizzate. Questo vale sempre. Ma vale specialmente quando lupi
rapaci si intromettono nel gregge di Cristo (cfr. Atti 20, 29-31),
arrogandosi un potere che nessuno ad essi ha mai dato. Così era.
avvenutovi tempi di Clemente, così avviene in altre epoche della
storia, anche ai nostri giorni. Gesù ha ammonito: "Guardate di non
lasciarvi ingannare (...). Non seguiteli" (Luca 21, 8).
c) E' da notare infine che la chiesa di Corinto, a cui Clemente
indirizzava la sua Lettera, era una chiesa di origine paolina. Anche
in quella chiesa la guida della comunità era affidata a persone
fedeli e capaci che fossero legate agli Apostoli mediante il filo
ininterrotto della successione.
2 - Sant'Ireneo Appartiene alla terza generazione cristiana. Nacque
verso la metà del secondo secolo, probabilmente nell'anno 140 d.C., a
Smirne (nella odierna Turchia), e chiuse la sua vita col martirio a
Lione in Francia, dov'era Vescovo, nell'anno 203 d.C.. Nella sua
prima gioventù fu discepolo di san Policarpo (69 - 155), Vescovo di
Smirne, che a sua volta era stato alla scuola di Giovanni, l'autore
del quarto vangelo. Sant'ireneo fu anche a Roma, dove poté conoscere
direttamente molte cose riguardanti quella chiesa.
L'opera principale di Ireneo è lo scritto Adversus Haerescs (contro
le eresie), in cui parla anche della successione apostolica.
Basandosi sui testi della Scrittura, Ireneo dimostra che gli eretici
sono in errore perché sono fuori della successione .
"Così tutti coloro che vogliono conoscere la verità possono osservare
in ogni chiesa la tradizione degli Apostoli, manifestata in tutto il
mondo. Noi possiamo enumerare coloro che dagli Apostoli furono
stabiliti vescovi nelle chiese, e i loro successori fino ad oggi.
Essi non hanno insegnato nulla, nulla hanno conosciuto che somigli
alle fantasticherie di costoro (degli eretici) ...".
Continua Ireneo: "Ma poiché sarebbe troppo lungo, in un volume come
questo, enumerare la successione di tutte le chiese, noi esaminiamo
la chiesa grandissima e antichissima e conosciuta da tutti, fondata e
stabilita a Roma dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo; e
dimostreremo che la tradizione, che essa ha dagli Apostoli, e la
fede, che ha annunciato agli uomini, sono giunte fino a noi
attraverso la successione di Vescovi".
Segue l'elenco dei successori di san Pietro nel governo della chiesa
di Roma. Da questi dati di fatto Ireneo tira le conseguenze:
"Tali essendo le nostre prove, non c'è, bisogno di andare a cercare
altrove la verità, che è facile trovare nella Chiesa, perché gli
Apostoli come in uno scrigno vi hanno deposto tutta la verità nella
sua pienezza affinché chiunque lo voglia, possa attingervi la bevanda
di vita (cfr. Apocalisse 22, 17). Questo è l'ingresso alla vita.
Tutti gli altri sono ladri e briganti (cfr. Giovanni 10, 1.8-9).
Bisogna perciò evitarli, ed amare invece d'un amore sommo tutto ciò
che è della Chiesa, e apprendere la tradizione della verità".
Osservazioni:
a) La testimonianza di Ireneo relativa alla successione, non meno di
quella di Clemente Romano, merita la più grande credibilità. Egli
aveva appreso da testimoni oculari il comportamento degli Apostoli in
questo settore della vita della Chiesa, vale a dire come essi si
erano preoccupati di trasmettere a persone ben provate e preparate la
funzione di preservare e passare ad altri il tesoro o sacro deposito
delle verità rivelate, della Parola di Dio. A Smirne, sua città
natale, Ireneo aveva appreso questa dottrina da san Policarpo,
discepolo dell'Apostolo Giovanni. A Roma poté apprendere da persone
degne di fede come si erano svolte le cose in quella grandissima e
antichissima Chiesa.
b) Basandosi su documenti e testimonianze dirette, Ireneo è convinto
che la successione ininterrotta dei vescovi è la sola garanzia della
preservazione e trasmissione autentica della Parola di Dio nella vera
Chiesa di Cristo. Fuori di questo canale ininterrotto dei successori
degli Apostoli non vi può essere vera Chiesa e non si può trovare la
verità.
3 - Tertulliano
Nacque a Cartagine verso il 160 Era Cristiana. Il suo intero nome era
Quinto Settimio Fiorenzo Tertulliano. Pagano di nascita si convertì
al cristianesimo all'età di 33 anni circa. Era avvocato. Divenuto
cristiano fu apologista, polemista, teologo e moralista. Morì in età
avanzata verso il 240. La sua attività letteraria si svolse
soprattutto nei primi decenni del terzo secolo, dal 200 al 220 circa.
Per Tertulliano il vero cristiano è colui che appartiene alla Chiesa
fondata dagli Apostoli, aderisce alla dottrina insegnata da loro e
preservata nelle chiese apostoliche. Questo gli eretici non ce
l'hanno. Quindi non sono cristiani. Sono fuori della vera Chiesa di
Cristo. Col suo stile energico Tertulliano scrive in forma di sfida:
"Non pare che Gesù Cristo abbia rivelato il Padre suo ad altri che
agli Apostoli, che egli inviò a predicare (... ). E qual è la materia
della loro predicazione? ( ... ). Per saperlo bisogna necessariamente
rivolgersi alle chiese che gli Apostoli in persona fondarono e
costruirono, sia a viva voce sia, più tardi, per lettera. Se la cosa
sta così, ne consegue che si debba considerare vera solo quella
dottrina che concordi con la dottrina delle chiese apostoliche, madri
e sorgenti della fede (...). Ne segue che deve essere giudicata a
priori parto di menzogna ogni altra dottrina che contraddica alla
verità delle chiese degli Apostoli di Cristo e di Dio".
L'eresia manca di apostolicità:
"Può darsi che ci siano eresie, le quali osino rifarsi all'età
apostolica sì da parer insegnate dagli Apostoli. Si può replicare ad
esse: "Mettano fuori dunque le carte di nascita delle loro chiese;
sciorinino i cataloghi dei loro vescovi, che dimostrino la loro
successione fin dal principio, in modo che si veda che quegli che fu
il primo vescovo ricevette l'investitura e fu preceduto da uno degli
Apostoli o almeno da un uomo apostolico, che con gli Apostoli avesse
avuto rapporti costanti. Questo è il modo con cui le Chiese
apostoliche esibiscono i propri titoli: così la chiesa di Smirne
mostra che Policarpo fu collocato in quella sede da Giovanni; così
quella di Roma mostra che Clemente vi fu ordinato da Pietro; e così
pure le altre esibiscono i vescovi che, costituiti nell'episcopato
dagli Apostoli, sono per esse i veicoli della semente apostolica".
Rivolto agli eretici Tertulliano scrive: "Alto là! Chi siete voi?
Quando e da dove siete venuti? Che cosa volete fare presso di noi,
voi che non siete dei nostri? (... ). Come mai venite a seminarvi e a
pascolarvi a vostro piacere? Il podere è mio; lo posseggo da lungo
tempo e prima di voi. Il mio diritto originario è sicuro e
inviolabile, poiché risale a coloro che ne furono i primi padroni. lo
sono l'erede degli Apostoli! Come essi hanno deposto per me nel loro
testamento e mi trasmisero per fedecommesso e confermarono per
giuramento, così io sono il possessore. Quanto a voi, resta dunque
chiaro che essi vi hanno per sempre diseredati e rinnegati, come
degli estranei, come dei nemici".
Credente.
Monday, August 06, 2012 11:14 PM
Conclusioni
Al termine della nostra breve rassegna sia biblica che storica noi
possiamo e dobbiamo dedurre e puntualizzare alcune conclusioni. Sono
piuttosto verità o principi o norme indispensabili per conoscere con
certezza quale deve essere l'oggetto della fede e della morale del
vero discepolo di Cristo.
La prima. Cristo ha voluto che la sua vera Chiesa procedesse nel
tempo poggiata sulla testimonianza degli Apostoli, ossia di uomini
scelti ed autorizzati dal Signore Gesù a preservare e trasmettere il
Vangelo eterno. La vera Chiesa di Cristo o è apostolica o non è la
sua vera Chiesa. Chiunque si è distaccato o si distacca da questa
Chiesa Apostolica non ha nessuna autorità di annunciare ciò che
bisogna credere e fare per piacere al vero Dio è conseguire la
salvezza.
La seconda. A cominciare dagli Apostoli si è formata una catena
ininterrotta di persone qualificate e autorizzate, ossia di
successori degli Apostoli. Sono i loro legittimi eredi, i custodi
capaci e fedeli del deposito della fede. Solo essi danno la garanzia
di preservare e trasmettere con fedeltà e integrità i fatti e i detti
del Signore. Chiunque si arroga il diritto di annunciare la Parola di
Dio senza essere inserito in questa catena, deve dirsi un intruso, o,
peggio ancora, un usurpatore, un ladro (cfr. Giovanni 10, 1-10).
La terza. Numerose testimonianze storiche, a cominciare dall'età sub-
apostolica, attestano al di là d'ogni possibile dubbio che nella
Chiesa Cattolica la catena dei successori degli Apostoli non è stata
mai interrotta. Papa e Vescovi sono i legittimi eredi degli Apostoli
nella funzione di pascere i veri discepoli dì Cristo, di guidarli
cioè nella sana dottrina della fede e della morale. Il diritto della
Chiesa Cattolica a dare il vero senso della Scrittura è originario e
inviolabile. Esso risale a coloro che ne furono i primi custodi,
ossia agli Apostoli, e mediante gli Apostoli, allo stesso Signore
Gesù Cristo.
Coordinatrice
Wednesday, August 22, 2012 10:11 PM
20090831_benedettoxvi_1
Questa è la versione 'lo-fi' del Forum Per visualizzare la versione completa click here
Tutti gli orari sono GMT+01:00. Adesso sono le 6:44 AM.
Copyright © 2000-2014 FreeForumZone snc - www.freeforumzone.com